Abet incontra gli architetti | Claudia Campone

05 agosto 2020

Sta per vedere la luce a Milano un progetto di residenza contemporanea che indaga le esperienze abitative e lavorative post lockdown. L’idea è nata e si è sviluppata proprio nei mesi dell’emergenza Covid-19, tra Roma e Londra, frutto della mente creativa di Claudia Campone, fondatrice dello studio di progettazione ThirtyOne Design. Riconsiderare gli spazi domestici e la loro funzionalità è l’obiettivo del progetto: in un appartamento al terzo piano di una palazzina anni Trenta in via Teodosio 15 a Milano, il concept prende avvio con il coinvolgimento di una selezione di partner, tra i quali Abet, che contribuiranno alla riflessione sui nuovi modelli dell’abitare. Lo spazio sarà inaugurato alla fine di novembre.

 

Claudia Campone, perché PostHome?

“Si tratta di un concept di homeworking su cui ho lavorato nella fase di lockdown di questa primavera. Alla luce di questa esperienza, del tutto inaspettata e senza precedenti, ho immaginato come poter ripensare lo spazio abitativo nel tentativo di veicolare dei comportamenti responsabili: è questo infatti per me il senso vero della parola sostenibilità, non solo l’impatto ambientale inteso come emissioni dannose nell’eco-sistema in cui viviamo, ma l’impatto che la nostra attività progettuale può e deve determinare sull’utilizzo e la fruizione degli spazi”.

 

Perché la scelta della casa come dimensione progettuale?

“La casa torna alla sua funzione primaria di rifugio e riparo sicuro dal mondo esterno ormai percepito in maniera ambivalente: in essa ci ritiriamo come fa una lumaca nel suo guscio. E con la stessa dinamica formale del carapace informiamo lo spazio architettonico con le azioni di chi lo abita.  Stravolgendo lo schema esistente degli spazi separati, introduciamo un volume centrale che articola e determina le diverse funzioni dell’abitare, naturalmente fluide e necessariamente interconnesse. In tal modo la luce naturale è libera di diffondersi all’interno, favorendo uno stato di benessere nei vuoti colmati dalla presenza fisica dell’abitante”.

 

In cosa consistono i principali elementi di innovazione?

“L’innovazione principale è il vestibolo: un volume-filtro con la doppia funzione di sanificazione, grazie al piccolo lavabo e allo spogliatoio, e di locker in cui poter ricevere consegne in sicurezza e senza interazione con il resto dell’abitazione: una scatola filtrante all’interno della scatola abitativa”.

 

Per PostHome ha scelto di ricorrere al laminato, perché?

“La scelta del laminato è nata insieme all’idea dei volumi: i colori pieni della gamma ricchissima di Abet ci ha permesso di comporre una selezione cromatica che rendesse omaggio ai maestri del Movimento Moderno. Infatti, l’edificio che ci ospita è un piccolo gioiello di quegli anni, con un’insolita facciata verde scura e un intreccio geometrico di cornici e oggetti, la cui armonia non sfugge all’osservatore attento. Nella fase di progettazione abbiamo quindi beneficiato di questi insegnamenti che dai movimenti artistici e architettonici dell’epoca ereditiamo: il colore come linguaggio di  Sonia Delaunay e la relazione spaziale tra volumi e superfici di Charlotte Perriand. Nello spazio compatto di PostHome, ogni funzione è facilmente riconoscibile e visivamente armonizzata. Non solo la performance cromatica, ma anche la familiarità che negli anni il grande pubblico ha potuto costruire con le superfici laminate che soprattutto nel nostro paese hanno scritto capitoli importanti della storia del design, ci ha consentito di insistere sull’idea rassicurante di guscio definendo un progetto non destinato a pochi fortunati ma al pubblico reale che cerca la qualità abitativa e riconosce il valore del progettare con investimenti efficienti e sostenibili”.